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Alder Martz, un americano a Varese

Alder Martz è un ragazzo sempre sorridente del North Carolina. È nato nel 1990 ed è un ciclista professionista, ora in forze al team taiwanese Attaque Lead Force. È una bella serata estiva e cogliamo l’occasione di un servizio fotografico con il nostro abbigliamento per scambiare qualche parola nella situazione a lui più congeniale: in sella alla bici. Dunque Alder è americano, corre per una squadra asiatica con management australiano, la maggior parte dell’anno è in giro per il mondo per le corse e, quando si trova in Europa per gare o allenamenti, ha stabilito la propria base in Italia, a Varese. Ci piace, Alder: è uno sportivo maturo ed esperto e, contemporaneamente, è un appassionato puro e semplice di ciclismo. Marcello Bergamo, come sponsor tecnico del team Attaque, riceve da Alder un feedback sulla performance effettiva, in competizione, dei propri prodotti. Ma Alder ha anche una personalità sempre in movimento, aperta e disponibile ed è davvero un piacere parlare di passione sportiva con lui.

Innanzitutto, Alder, ci interessa sapere come hai iniziato e quando hai scoperto la passione per questo sport

Ho sempre amato lo sport, a 6 anni già giocavo a calcio. Ho scoperto la bicicletta come attività a 9 anni, invece. Con mio padre abbiamo partecipato a una pedalata di beneficenza non competitiva, da Charlotte a Morro Beach, 200 miglia in due giorni. Ci siamo allenati poco e niente, qualche uscita sui 30 km e poi via, padre e figlio insieme. Durante quella vera e propria avventura è nata la mia passione per il ciclismo. Quell’anno ho iniziato con la mtb e ho fatto due gare per divertirmi. L’anno dopo mi sono messo in un team per correre sul serio e così è cominciato il viaggio che sto ancora percorrendo. Erano gli anni di Lance Armstrong: in America, e non solo, era un mito. Lance incarnava il vincente nella vita, non solo nello sport, dopo aver sconfitto la malattia. Il ciclismo negli Stati Uniti stava nascendo, Lance era grande e lui, possiamo dire, ha acceso le luci, negli USA, sul nostro sport. La mia prima memoria di ciclismo competitivo risale al Tour de France 2003, alla famosa tappa 9, quando Lance taglia per il prato in discesa, per evitare un concorrente caduto, e incredibilmente riprende la strada. Una scena che ha fatto il giro del mondo e che ancora gira come vero video virale. Prima non avevo mai sentito nominare il Tour de France. Anzi, prima non avevo proprio mai visto una gara di ciclismo. Mio padre in seguito mi ha regalato l’intero set dvd del Tour 2003. Io so ancora a memoria ogni singola tappa di quel Tour. Lance era il mio idolo, ha sbagliato. Ma quello che ne ha fatto un vincente è quanto era pazzo. Poteva fare qualsiasi cosa. Adesso gli basterebbe chiedere scusa. Sono combattuto, per questo, sui miei sentimenti su di lui.

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Sei americano, corri per un team taiwanese-australiano e gareggi e ti alleni spesso in Europa. Quali sono le differenze che tu avverti tra ciclismo americano ed europeo?

La differenza principale sta nel mezzo del gruppo: in Europa è innanzitutto più numeroso e questo rende immediatamente ogni gara più difficile dello standard americano. Poi il gruppo europeo è più veloce e più combattivo. Tutto è portato all’estremo, molto più che nel modo di stare nel “peloton” americano. La vita, nelle gare europee, in una parola è più dura. Ci sono più gare in calendario, più veloci e più impegnative. Un’altra grande differenza è l’ambizione dei ciclisti in Europa. Anche quando mancano 5 km alla fine e sei in gruppo, metà classifica, tappa finita, posizioni consolidate… no, non mollano mai. Il gruppo in Europa spinge sempre, fino all’ultimo metro. Per noi americani è una bella lezione di sport, l’esasperazione continua della performance è la prima cosa che ci colpisce quando arriviamo a correre in Europa.

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Anche in un ciclismo sempre più globalizzato, dunque, per un rider americano fa sempre la differenza un’esperienza in Europa?

Senza dubbio. Molti rider americani vanno in Belgio per correre. Perchè ci sono tante gare, perchè c’è una grande carica fisica nelle gare. E vogliono vedere, provare com’è. In Belgio, questa è l’idea americana, “si combatte”. Tutti vogliono vincere, tutti spingono sempre a tutta. Per me sì, è importante. Fare esperienza in Europa spiega ai ciclisti americani cosa realmente il ciclismo può essere, qui è tutta un’altra “bestia” (sic).

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Come cittadino del mondo, che grazie allo sport ha viaggiato ovunque, qual è la tua relazione con l’Italia?

Bella domanda. Ormai è un po’ che pedalo in Italia: ovviamente diciamo sempre che è bellissima ma quello che colpisce me, qui, è soprattutto la passione della gente. Siamo stati al Giro d’Italia, come spettatori e a pedalare tra amatori: una passione incredibile, puoi sentirla davvero nel cuore. Senti come sono ambiziosi gli italiani, com’è leggendario per gli italiani il Giro, qual è il sentimento che scatena nella gente. Il Giro è una bella “fotografia” degli italiani, che sono appassionati, combattivi e generosi. Non solo nel ciclismo, in tutto. In Italia, a partire dal Paese e proseguendo con il caffè, il cibo, l’ospitalità, l’orgoglio, tutto è bello. È bello da vedere ed è bello, per me, da dire. È uno spirito che amo molto e rispetto.

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In base a quanto appena detto, trovi che il prodotto Marcello Bergamo sia valido anche sul mercato mondiale oltre che quello europeo?

Certamente sì. Penso che MB abbia un prodotto di altissima qualità, proprio perchè fatto con quella capacità e quell’orgoglio italiani di cui parlavo. MB fa molta ricerca e il capo più interessante di quest’anno, per esempio, è sicuramente la maglia antipioggia a manica corta Danny. Comprerei Danny con i miei stessi soldi, se non fossi già uno sportivo del mondo Marcello Bergamo. Mi trovo benissimo anche con la Danny manica lunga, non c’è dubbio. Il modello a manica corta, però, credo che sia il più originale, oltre che innovativo. Ma non mi stupisce. Quando ho visitato la prima volta l’azienda, infatti, ho conosciuto le persone che ci lavorano: che passione, mi sono detto ancora una volta. Oggi il pubblico, che sia americano, europeo o a siatico non fa differenza, vuole entrare in relazione con ciò che indossa, che mangia, con le esperienze che fa. Marcello Bergamo ha una storia di successo da raccontare al ciclismo fuori dei confini dell’Italia: è la storia delle persone che ci lavorano e di come lo fanno. Il pubblico oggi è costantemente aggiornato in ogni parte del mondo e vuole sempre qualcosa di diverso, di innovativo, di alta qualità. Il ciclismo mondiale ama e rispetta tutto ciò che è italiano, dai grandi marchi di biciclette a, ovviamente, l’abbigliamento tecnico. MB ha sicuramente il prodotto, l’eredità e l’immagine per avere successo a livello globale.

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Una tua visione sul ciclismo amatoriale: trovi differenza tra il modo di vivere la passione negli Stati Uniti e in Europa?

Non direi, gli amatori stanno facendo tantissimo per lo sport sia in America che in Europa. C’è un forte movimento che spinge il ciclismo in ogni forma e comincio a essere d’accordo con quell’idea di qualche tempo fa che diceva “Cycling is the new golf”. La gente ha capito e comincia ad accorgersi che il ciclismo mantiene in forma e innesca, volendo, una forte componente sociale. Si fa con gli amici, all’aria aperta, coi propri tempi e la propria performance: è uno sport che, con i suoi valori che parlano di ambiente, salute e condivisione, sta giustamente avendo un grande successo e crescita. E il ciclismo, anche, fa nascere “le storie”: quelle di giornate memorabili tra amici, con una sfida o la motivazione reciproca, con una mangiata e un caffè dopo una salita, con quelle curve che “io l’ho presa meglio di te”… Ma questo lo vedo in America come in Italia e quasi ovunque nel mondo: è un fenomeno piuttosto generale e, ovviamente, molto positivo.

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